
La vaniglia mi addolcisce i capelli e anche le parole.
È arrivato. Non è proprio il temporale che aspettavo, ma va bene lo stesso. La danza della pioggia. Il rito dell’acqua.
Quella tiepida delle terme di Saturnia, il confondermi nel fango ai piedi di Vulcano, le cascate gelate nel Lake District e le mie gambe addormentate nelle gole di Alcantara, le sbronze di sidro nella vasca retrò di Parigi, le mie meditazioni dentro catini improvvisati quando ho bisogno di guardare oltre. il mare della Grecia, della Sicilia, quello di Garibaldi che guardava alla Corsica, lo squarcio che vedo dal mio balcone e più di tutti quello in cui ho imparato a nuotare. Il bagno nelle fontane d’agosto. La ninna nanna della pioggia sulla grondaia. Quando abbiamo “preso in prestito” una barca a remi per guardare Napoli da una prospettiva diversa. Farlo sotto la doccia. Il silenzio irreale di quando si scende sotto. Forza nove nel golfo del Leone. La magia di una goccia che costruisce cattedrali nelle grotte di Pertosa. il beccheggio, il rollio e il mio mal di mare. La scoperta che il lago potesse generare onde.Tutte le lacrime che ho versato. La canoa e i miei muscoli da standing ovation. Dar da bere alle piante, agli assetati, agli occhi di chi mi guarda. La sorgente celata della Napoli sotterranea. “ Chi tene ’o mare”. La guida mancata ai fiordi norvegesi. I cavalloni che mi hanno portato via il costume e tutte le volte che il costume, l’ho tolto io. Essere sorpresa da un idrante. Scendere con il paracadute sull’acqua. Le corse sotto la pioggia senza ombrello per sentirsi più liberi e quella schiuma a lume di candela della vasca da bagno della casa del prima. Prima di cosa?
C’è sempre un prima.
Prima del mio soppalco, della scala di legno, del pianoforte in camera, dei miei quadri appesi alle pareti. Prima. C’è sempre una linea che divide il prima dal dopo. A volte è marcata, tratteggiata, altre volte è invisibile ma c’è e quando proprio sembra non esserci, siamo noi a camminarci su, sospesi, funamboli in bilico, che provano ad attraversare spazi di cielo senza guardare sotto

il sonno è sonno quando cadono le barriere, un attimo prima è veglia, silenzio che si riempie di piccoli fruscii, confusi di lenzuola e i primi affacciarsi di volti nei sogni. i tuoi occhi, i tuoi capelli, su di me da una dimensione diversa, non terrena, immateriale. come solo gli angeli possono.
da quella notte non ho pianto più per la tua assenza. da quella notte ti ho pensato in modo diverso. amore. come l'amore che si prova non si va mai a perdere, così le persone andate via vegliano sul sonno, di notte, carezzandoci il respiro, come la più dolce delle carezze tra i capelli, nello schiudersi degli occhi, tra le ciglia e le stelle.
domani le mie mani strette di cuscini che abbraccio di notte, tra le nuvole e l'isola. l'ho desiderata tanto quella terra, ci sono stata ma in maniera diversa, e adesso ci torno da aquila orfana, assetata di parole che non potrò più ascoltare. ma l'amore, l'amore è quello che resta dentro quando tutto passa e passa e passa e il tempo sembra creare intrecci di nodi difficili da capire, inutili da slegare. vortici di termiche, sul viso calde di scirocco e arance siciliane.
ho visto la mia terra bruciare, arsa di fuoco e sterpaglie consumate, ho visto acqua di mare spegnere fiamme e lacrime alimentare incendi di cuore. sentirsi a casa nella mia terra ho pensato a mio nonno, a suo padre, sporco di nero di terza classe, passeggero italiano, per un sogno che adesso sa di limoni ancora acerbi dopo una potatura che non avrei voluto mai. ho pianto per quelle piante, ho pianto per rami bruciati. ho pianto per chi come me, corre ancora ad abbracciare alberi, fratelli desiderati e non avuti. e tra nubi di fumo e acqua bollente sul viso, ho visto il cielo segnato da un graffio, sanguinante, il rosso di luce di cometa. l'ho sussurrato, come faccio sempre quando vedo l'arcobaleno. il segreto di una stella cadente non si dice, ma le cose belle vanno condivise come condividere sonno, albe e pensieri, pensieri che non vanno a scemare, fluidi, brividi sulla pelle, tra le onde, cuscini, mare.
domani respirerò più lentamente, affondando lame d'aria nel mio diaframma. già ti sento.
correre e sentire addosso il profumo del mare, intriso nella pelle come le essenze che scelgo, l'odore di uomo che mi scorre fluido, nei muscoli tesi, nella parte oscena dei miei pensieri che si inseguono e si infrangono, onde di un mare in tempesta che non dice quello che dovrebbe, forse pensa e quando pensa di andare, il mare è già andato lontano a lambire altre terre e corpi di nessuno, distesi come morti o addormentati che aspettano i primi raggi di sole da strizzare occhi e panni stesi ad asciugare.
mi lascio pervadere dagli spruzzi e nello scempio di una città alla deriva, ancora so scegliere i luoghi per godere.
al crepuscolo, di notte, come una ladra, rubando quello che mi spetta, e tra diritto e dovere prendo sempre quello che mi piace.
le goccioline di sudore come perle di conchiglie marine, sulla schiena, i brividi sciolgono la risacca salata. schiaffeggiate dal vento, le barche sballottano remi, senza ordini precisi su dove andare e i miei capelli annodano immagini confuse, lasciate nel caso di un mulinello di vento.
gli occhi pieni di pianto, non per la tristezza, per la voglia di simbiosi con luoghi e venti diversi. e mi lascio trascinare dai passi, rifugiandomi in conche di scogli e muschi profumati che ignorano presenze di catenacci e legami. vincoli inutili di stupide promesse, dette e non fatte.
stesse pagine e stesse movenze di persone senza cervello che mi inquinano gli occhi e la mente. fuggo lontano e mi perdo. trasudo salsedine e bevo la linfa della mia stessa ispirazione. il ciclo dell'acqua che si trasforma in pioggia.
sono un metro più in alto e il nero del mare mi sembra un manto. mi da piacere. mi fa paura. avverto rumore del mulinello delle canne da pesca e i gemiti di chi fa l'amore e intanto sono io che muoio di piacere.
danzare scalza nel vapore di una conca naturale. le voci antiche mi cedono il passo e il mio passo scalzo con un eco felino. silenzioso di velluto da toccare.
a piedi nudi a sentire ancora la terra vibrarmi dentro.