alcuni usano giradischi usurati rosicchiando immagini
altri modificano orbite reinventandosi essenze
meglio inondare oceani

2 ore di rock puro e duro

di pixels & guitar

e di me

seguire l'andamento di un tornante, racchiudendo il profilo del mento in un palmo, riscopire il colore cangiante degli occhi in un raggio, lasciar volare una mano nel vento. che sapore semplice, quello di un sorriso, da bere in un sorso, da portare dentro.
tutto quello che c'è sotto è tutt'altro che una lenta danza d' acqua. ancora mi sorridono gli occhi.

a gentile ri-chiesta questo at-tese in di-venire.
l'ho dipinto per lasciarlo andare. adesso fa bella mostra di sè altrove.
passeggiando per le vie del centro... qualcuno potrebbe imbattersi in una Etruscilla in vetrina.
chi la fa l'aspetti. dopo tutte le interviste che faccio in giro, ieri è toccato a me essere dall'altra parte della barricata. in fondo una cosa così me l'aspettavo. dopo un anno, dotata del tempismo di un centometrista sordo che decide di sistemarsi la stringa della scarpa mentre lo sparo del colpo decreta l'inizio della gara. gli ultimi saranno i primi, la cosa buffa è che la prima ero io, sempre l'anno scorso, s'intende. primo premio ad un concorso letterario, coccolata dagli organizzatori, richiesta dalla stampa, il giorno della conferenza espatrio o meglio, cerco rifugio nella legione straniera. nemo propheta in patria, e per una volta la mia vittoria va in controtendenza con ciò che ho sempre pensato della mia città. in disparte, in un angolino pensavo di godermi, da spettatore non pagante, le emozioni della vincitrice di quest'anno e invece mi chiamano dal palco e improvvisamente sento tutti gli occhi della platea cadermi addosso come proiettili puntati nelle pieghe della maglia nera, sulla pelle dorata, tra il ciondolo di cristallo e il mio ombretto verde pavone. sorrido, ma non troppo poichè risus abunda... e penso siamo in ballo, balliamo, m'invento una battuta paradossale sul motivo del mio ritardo alla conferenza, mostrando il casco dello scooter. tutta colpa del traffico. insomma, l'intervista come vincitrice l'ho rilasciata. foto comprese.
e restando in tema di proverbi e frasi fatte ... tutto è bene quel che finisce bene. a proposito ... io i proverbi li odio!
anniversari, compleanni, reunion e concerti. che strana la musica che gira intorno e quella che fa girare il resto. interno notte 7 luglio, quasi 8 ma di 8 anni fa. concerto degli aerosmith, mancato. negato un giro sul lungomare, persa pure la voglia di scrivere l'ennesima pagina di tesi. a volte si sottovaluta la pericolosità di una rinuncia . è così che si cambia nota. accordo. tonalità. si cambia musica insomma. e la musica è cambiata. e pure la mia vita. cristallizzata. ieri notte, che bella notte. la piazza pregna dei passi di una vita, piena di corpi e voci. la mia città. le ferite da leccare, tutte, troppe, come zucchero filato sulle dita e restare appiccicosi di ricordi che trasudano da ogni respiro lasciato a morire sul piperno, che scalda la notte, copre come un tappeto di stelle. e guardando in alto, un nome, uno solo. scandito, urlato, liberato, desiderato, osceno. un nome dentro un tempo, scritto in una luna tagliente, sulla lama di katana che recide polsi, lasciando andare il fluire stesso delle emozioni. energia da succhiare come vampiri che confondono la notte con il giorno. e la mia chi l'ha rubata? qualcuno l'ha sentita?
Aida come sei bella. Ti ho visto baciare, come bere, come mangiare. Dormire. La movenza dei tuoi gesti, luccicanti dell'anello che non togli mai. Aida come sei bella. Quanto sei fragile ma non lo fai vedere. Sarebbe più facile sciogliersi in un abbraccio davanti alla gente, ma tu procedi a testa alta, stretta nella tua camminata sicura. Spedita. Aida come sei bella. Le sue mani su di te, nei tuoi brividi e non era freddo. vegliare sul tuo sonno. Da quanto tempo non sorridi, non ridi di gusto? Aida come sei bella. Quando ti brillano gli occhi a parlare di quel tempo rivoluzionario e pronunciare il nome di quell'amore lontano. crederci e sentirsi vivi. E adesso Aida? come ti senti? Aida come sei bella.

dalla decisione di andare, al biglietto comprato al volo, è passata mezz'ora. ed io sola, seduta sul muretto ad aspettare ripensando a quell'ultimo magico concerto. poi la sorpresa di volti conosciuti. il piacere di rivedere chi ha condiviso il suo sudore con il mio, illuminata dal sorriso di Serena quando guarda Marco e dall'immaginare Boa Sorte sul palco che suona il surdo.
quel soffio di vento che ha spostato lo spartito. il lento fluire dei suoni si fonde con lo slow motion di una corsa, battito amplificato e muscoli pesanti. il maestro è lì e divide le sue mani tra il piano e i segnali per la sua orchestra. è dolcezza, ma soprattutto è forza. il cielo che racchiude il cortile del castello è segnato dal volo di qualche gabbiano a dalle luci della traiettoria di aerei diretti chissà dove. quello che accade tra note e pause è lo scorrere costante della fontana sulla mia sinistra. il resto è memoria che segue i passaggi, è animo in fermento, è quell'euforia che solo la musica sa dare. i sussulti della violinista sullo sgabello, il sincronismo degli archetti, la mia naturale simpatia per i fiati, i suoi occhiali buffi hanno fatto il resto: una magia di bolle di sapone, del volo di un aereoplano di carta, del coniglio che spunta dal cilindro.
quanto mi piace sentirmi felice come una bambina.
vago in questa notte di una dolcezza dilagante, talmente dilaniante che paradossalmente non squarcia l'animo, sembra invece ricomporlo. divago senza la necessità di pensare a qualcosa o qualcuno, come un viaggio in una bolla di sapone, o come in un film, di quelli muti, un po' tremolanti di pellicole consumate.
sento gli echi lonani di vite perdite, di amori sulla cattiva strada, di linguaggi segreti.
quello dei segni, quello delle farfalle, quello dei sogni
quello del corpo.
tutto confuso nelle memorie dei miei esperanti esperimenti visionari e folli.

La vaniglia mi addolcisce i capelli e anche le parole.
È arrivato. Non è proprio il temporale che aspettavo, ma va bene lo stesso. La danza della pioggia. Il rito dell’acqua.
Quella tiepida delle terme di Saturnia, il confondermi nel fango ai piedi di Vulcano, le cascate gelate nel Lake District e le mie gambe addormentate nelle gole di Alcantara, le sbronze di sidro nella vasca retrò di Parigi, le mie meditazioni dentro catini improvvisati quando ho bisogno di guardare oltre. il mare della Grecia, della Sicilia, quello di Garibaldi che guardava alla Corsica, lo squarcio che vedo dal mio balcone e più di tutti quello in cui ho imparato a nuotare. Il bagno nelle fontane d’agosto. La ninna nanna della pioggia sulla grondaia. Quando abbiamo “preso in prestito” una barca a remi per guardare Napoli da una prospettiva diversa. Farlo sotto la doccia. Il silenzio irreale di quando si scende sotto. Forza nove nel golfo del Leone. La magia di una goccia che costruisce cattedrali nelle grotte di Pertosa. il beccheggio, il rollio e il mio mal di mare. La scoperta che il lago potesse generare onde.Tutte le lacrime che ho versato. La canoa e i miei muscoli da standing ovation. Dar da bere alle piante, agli assetati, agli occhi di chi mi guarda. La sorgente celata della Napoli sotterranea. “ Chi tene ’o mare”. La guida mancata ai fiordi norvegesi. I cavalloni che mi hanno portato via il costume e tutte le volte che il costume, l’ho tolto io. Essere sorpresa da un idrante. Scendere con il paracadute sull’acqua. Le corse sotto la pioggia senza ombrello per sentirsi più liberi e quella schiuma a lume di candela della vasca da bagno della casa del prima. Prima di cosa?
C’è sempre un prima.
Prima del mio soppalco, della scala di legno, del pianoforte in camera, dei miei quadri appesi alle pareti. Prima. C’è sempre una linea che divide il prima dal dopo. A volte è marcata, tratteggiata, altre volte è invisibile ma c’è e quando proprio sembra non esserci, siamo noi a camminarci su, sospesi, funamboli in bilico, che provano ad attraversare spazi di cielo senza guardare sotto