Dicono che scrivere sia la cura, il rimedio.
Reti annodate impigliano le parole che non escono o forse che non ho più, e per lasciarne andare qualcuna stasera ho spento tutte le luci e acceso una candela. Sto ascoltando musica del nord, canzoni in una lingua inventata, suoni che vengono da ghiacciai e mesi di cielo senza sole. Ho sognato quel posto un paio di notti fa, era tutto bianco, ero con mio padre e aspettavamo lo spettacolo di un'aurora boreale. Che senso di pace, anche addormentarsi sul ghiaccio non mi ha fatto male. Ancora lo ricordo quel sogno. Io i sogni li ricordo tutti, uno per uno e sogno ogni notte, tutte le notti, nonostante i miei sonni agitati e i nervi tesi. Forse non so scrivere più. Forse non era tutta quella forza che si nascondeva lì a mezz'aria tra pensieri, le dita, la penna, il foglio bianco. Non ho più il callo dello scrittore da un pezzo. Mi ricordo la sensazione lontana della mano che cadeva stremata sulla carta e le sbavature d'inchiostro. Mi faceva male tutto il corpo. A undici anni mi sono quasi rotta il braccio destro. Una settimana dopo la mia prima comunione. Avevo delle ballerine bianche, non le ho mai più indossate da allora, correvo a guardie e ladri e sonno caduta. Per proteggermi la nuca ho sacrificato il braccio. Sapevo cadere. I bambini sanno farlo meglio degli adulti. Per un periodo ho scritto con la sinistra. Era una grafia tremenda, ma dopo aver tolto il gesso, mi sono vantata per mesi di essere ambidestra. Due giorni prima della prova scritta di italiano all'esame di maturità mi sono quasi rotta una mano, incastrata in un mobile pesantissimo. Mai stata contenta di quel tema, mancava la scintilla. Mancava quel fremito che mi attraversa tutto il corpo come una scossa. Non lo sento da mesi. È per questo che non scrivo più. E non credo ci sia rimedio. E' solo che per anni la mia cura era racchiusa nelle parole che lasciavo andare.
Ritorneranno... mi dico sottovoce... ritorneranno.

Ci sono tanti tipi di amore, scriveva un “amico” blogger tanto tempo fa, uno che ha deciso di non scrivere più, uno a cui piaceva Fossati e che mi lasciava bellissimi commenti, specialmente in uno dei periodi neri della mia vita, che vanno e vengono questi periodi neri, ma qualcuno resta ancorato dentro e sembra non passare più.
Ci sono tanti tipi di amore, diceva, e ormai da quando non scrive più, quei suoi tanti tipi di amore li ho quasi imparati a memoria, a furia di leggerli, a memoria, come le canzoni di Fossati, che al concerto di febbraio, ho cantato a squarciagola, nell'ultimo posto dell'ultima fila, su in galleria, sotto il fascio di luce dell'occhio di bue, in cui ogni tanto immergevo la mano, come un bellissimo gioco di suoni e colori.
Ci sono tanti tipi di amore e non voglio raccontarli tutti, né snocciolarli, né raccoglierli come sassi sulla spiaggia, né disperderli come parole al vento, ma ci sono tanti tipi di amore. L'amore che fa crescere i capelli, quello che fa passare la malinconia, quello che accarezza i figli, quello che parla con i vecchi e l'amore che fa guerra agli idioti, quello che fa bellissima la stanchezza, quello che fa buona la cucina, fa cantare le allodole, fa viaggiare, fa crescere i gerani e le rose, illumina le strade, l'amore di chi vuol bene a chi è lontano, anche per telefono. Cose che fanno ridere... cose che fanno piangere. L'amore fa.
E ci sono tanti tipi di amore, ci sono tanti tipi di amore che non conoscerò, quello che profuma di caffè al mattino presto, quello delle manine di un bambino che gioca su un mobile che suona, accennando un'improbabile scala in do maggiore, quello di un viaggio nel nord Europa on the road, in cerca del sole di mezzanotte e della magia delle aurore boreali, ci sono tanti tipi di amore che sanno di quotidianità, come il pane che si compra tutti i giorni, e quello struggente degli addii e dei baci dati su un binario in una qualunque città che non ti appartiene mai totalmente, se non per una manciata di minuti , quelli in cui hai transitato sulle pensiline aspettando il treno diretto verso casa. E quanti treni, quanti biglietti, quanti capistazione, quanti fischi, quanti, quanti tipi di amore, quanti. L'amore di Glenn Gould per il suo cd318, quello di Angelo D'Arrigo per Nike e Maya, quello perdutamente immenso del poverello di Assisi per tutte le meraviglie del creato.
ma l'amore per se stessi? Quando si perde quello come si fa a riprenderselo? Come si fa quando nello specchio non si riflette più il luccichio degli occhi? Come si fa quando non si ha più voglia di fare nulla e non si fa altrettanto nulla per provare a far qualcosa?
mi sto riempiendo di antidolorifici per illudermi di lenire il male che sento dentro. quello che non ti uccide ti fortifica, ma questo solco sul viso? Queste mani che non hanno voglia di scrivere, di suonare, di dipingere? Queste lacrime che vengono giù?
Mi hanno insegnato a non camminare mai ad un metro da terra, anche quando sei felice, le nuvole non reggono i passi, le nuvole sono finti tappeti morbidi, le nuvole non sorreggono, non sostengono, le nuvole ti passano sopra e sotto, ti entrano dentro, nel respiro, se sei in alta montagna. Le nuvole non sono di panna, le nuvole portano pioggia, foriere di tempesta, le nuvole oscurano il sole. sulle nuvole non ci abitano gli angeli. Le nuvole sono solo nuvole. Come tante altre cose che sono solo cose e basta. Sono spazi che riempiono i disegni dei bambini, di quei bambini fortunati che hanno colori e fogli su cui lasciare spazi bianchi di cielo.
Mi piacciono le nuvole. Ma non quelle di stasera, stasera che il cielo è terso, l'aria è pregna di primavera e di nuvole non ce n'è nemmeno una. Sono tutte nella mia testa, pesanti come il piombo, fredde come il marmo, umide come le lacrime. Stasera per cena nuvole, nuvole nella musica che ho scelto di ascoltare, nuvole che si aggirano nel disordine della mia casa vuota, piena di segni tangibili di una presenza ingombrante, nascosta in un angolino illuminato solo dalla fredda luce di un foglio word aperto e piatto sul monitor. Nuvole di panni e scarpe lasciati e lanciati con rabbia sul pavimento, nuvole di macchie di caffè in fondo alla tazza. L'inconsistenza delle nuvole me la sento addosso, nella forza che manca ai miei muscoli per camminare, per correre, per stare bene, per vivere. Mi sento debole e lo sono. Mi sento inutile, vuota e svuotata e questo mio ostinato scrivere qui questa sera, non aggiunge, non toglie. È solo un inutile spreco di tempo che non ho voglia di impiegare in modo doverso se non per perderlo e perdermi in questo delirio senza senso e senza vie di uscita. Le vie di uscita si chiamano scelte, giuste o sbagliate che siano, hanno un nome come tutte le cose. Anche io ho un nome, che a pronunciarlo mi sembra dolcissimo, non perchè sia il mio. Mi piace.
M a n u e l a . e Manuela adesso che vuole? Che pensa? Che dice? Che fa? Niente. Manuela si sente come una nuvola, ma non è vero, perchè Manuela non è leggera, non è pesante, non è foriera di tempesta, non versa pioggia, non oscura il sole, non diventa forma fantastica scaturita dalla fantasia di qualche bambino, non proietta la sua ombra sul mare, non sa di panna, non è bianca, non è nera, non è grigia, non è. È solo aria inutile che non si lascia nemmeno respirare. È solo quello spazio vuoto nel cielo azzurro disegnato su un foglio. È come una nuvola che attraversa lo spazio e non lascia segni, non lascia nulla. Passa, come le cose inutili. Passa e nemmeno ce ne ricordiamo. Passa.
un penny per i miei pensieri , diventerei ricca in un istante, e invece vorrei essere con le pezze al culo e con la mente piena di quell'insostenibile leggerezza dell'essere che non ho mai provato. e quante cose non ho provato nella mia vita, quante me ne sono state proibite, quante ne ho vietate a me stessa. solo a me stessa. agli altri ho dispensato ali grandi, brevetto di volo compreso, mentre ho visto ogni mia piuma cadere, cadere, come i capelli quando si invecchia. e io di anni stasera ne ho tanti, troppi direi, e il lentamente di Neruda diventa uno sciroppo amaro da stillare dentro per avvelenarmi l'anima col contagocce. insieme ai chili che se ne vanno perdo tutti i miei sogni e lascio mangiare agli avvoltoi di turno la mia forza creativa, briciole che non ritroverò sulla strada del ritorno, perchè se continuo di questo passo non ci sarà un buen retiro dove stare ma un vagare senza meta per uno che si è giocato la camicia con cui non è mai nato. un tristissimo Dead Men Walking che si avvia sul viale del tramonto.
quanta amarezza
i morti muoiono davvero quando quelli vivi li dimenticano, presi dalle mille stupide inutili cose della vita, quelle che rubano il tempo di un pensiero bello. Oggi è il tuo compleanno, mi ricordo quella telefonata di auguri, è passato tanto, tanto, tanto tempo. Mi ricordo che ero giù perchè il mio pulcino stava morendo, si chiamava Gheddafi, che nome per un pulcino, nonno. E mi ricordo che il bacio per il tuo compleanno te l'ho mandato perchè eri lì, lontano da me, nella città che avevi scelto per trascorrere il resto della tua vita. Quanto l'ho odiata quella città, quando ve ne siete andati via tutti, quanta nostalgia provo oggi quando ci vado per Natale. Volevo dirti che è un po' che non ci sentiamo perchè anche io sono presa dalle mille stupide cose che ho da fare. Ma a differenza di altri, non ti considero morto. A dispetto delle mie parole sulla tua lapide, tu sei in ogni fiore che spunta d'estate nel tuo giardino, nei limoni che raccolgo nell'orto, nel mare che più adoro al mondo, il nostro. Buon compleanno , nonno e ti mando un bacio con la mano.

Sia chiaro il mare in tempesta lo adoro, ma questa bonaccia che avverto languida mi rasserena, mi tranquillizza, mi riappacifica con il resto del mondo. Sarà il massaggio dell'altro giorno, sarà che il sole ci mette più tempo a rincasare, sarà semplicemente che non ho tanta voglia di armature, corazze e frecce avvvelenate. Ma sto bene. Forse durerà un attimo, forse tra poche ore stringerò di nuovo i denti e il mio viso si contorcerà in una smorfia di disgusto, e sbotterò dicendo che non ne posso più di gente incompetente, di raccomandati, di leccaculo e affini. Ma anche no. Chissenefrega se il mondo non mi capisce, se gira male, se la luna è storta, se le stelle sono tante, milioni di milioni e nessuno le sa afferrare, leggere, regalare. Io scelgo musica buona. Può darsi che con un sorriso e un sorso di vento che arriva dal mare, continuerò a star bene e a non meravigliarmi di questo mio stato. Perchè in fondo io sono così. Semplice come un gatto che si stiracchia sotto un raggio di sole.
la stanchezza mi ruba l'equilibrio, mi riempie gli occhi, mi svuota le membra. c'è qualcosa che mi toglie energia. la matassa di cose che prendono la forma di un elenco, si ingarbuglia e faccio fatica a trovare un incipit per quello che avrei da dire, da dare. la mia fatica d'Ercole è racchiusa in una cima che non riesco a gettare sulla terraferma. mi manca lo slancio nella spalla, il braccio non è teso verso il bersaglio, il pugno si apre e la corda mi sfugge. e io resto lì su un guscio di noce, alla deriva delle mie incertezze.
voglio prendere il mare a bracciate pre sfinirmi di una stanchezza buona
ci sono sere che non sai come dirlo, non sai quale parola pescare dalla profondità del pozzo delle tue nostalgie. sembra che all'improvviso nessun suono possa rappresentare quel sospiro che non esce, quel tasto mancato sul pianoforte, quella corda di sensi annodati male, e così si resta zitti zitti, raggomitolati come gatti infreddoliti, randagi, soli.
non piove, dovrebbe essere un bene, eppure avverto la nostalgia dell'acqua. Vorrei quel ricordo che si snoda nel distinguersi di ogni singola goccia sulla grondaia. Il suono di quella ninnananna lontana. avvolta da un calore che non ho più, cullata dalla certezza di sentirmi protetta, godevo del momento, certa di averlo perso per sempre. plinc plinc plinc
E tutti i treni che hai preso, tutte le ore che hai contato, tutte le solitudini che hai sopportato, tutte le ingiustizie, le debolezze, le malinconie, le tristezze, sembrano annullarsi, racchiuse in quella piccola goccia di pioggia che si dischiude, si disperde e, sciogliendo i nodi in gola, si va a perdere per sempre.
e allora perchè non piove?

assedi.
assetati d'aria, di acqua, di vento, di pioggia. di vita
barricati di vino e barricate di Gaza e Tulkarem
assorti in qualunque terrazza nel cuore del barrio di una città latina, di nerovestita con uno scialle a coprire spalle e cuore. riscaldare un abbraccio che sa di pioggia, di sangue, di pianto. magari solo di vino tinto
Vanno
vengono
e si mettono li tra noi e il cielo
per lasciarci soltanto una voglia di pioggia